De Zerbi: “la mia idea di calcio tra Bielsa e Pep

De Zerbi: “la mia idea di calcio tra Bielsa e Pep

Dal Fog­gia al Pa­ler­mo, fi­no alla Li­ga man­ca­ta:«Guar­dio­la mi ha in­se­gna­to la cu­ra dei det­tagli».

Roberto De Zerbi, di­co­no che lei sia paz­zo.
«Lo so, ma non è co­sì».

È an­da­to via da Fog­gia do­po aver en­tu­sia­sma­to, è fi­ni­to a Pa­ler­mo, non il mas­si­mo per un al­le­na­to­re, sem­bra­va co­sa fat­ta al Las Pal­mas, ma alla fi­ne non si è con­cre­tiz­za­ta.
«In ef­fet­ti sem­bra un ro­man­zo di av­ven­tu­ra. Ma la ve­ri­tà è che ho so­lo im­pa­ra­to, ad esem­pio a non ac­cet­ta­re tut­te le of­fer­te. Mol­ti fir­ma­no e poi ve­do­no co­me gi­ra, io mi so­no im­po­sto di fa­re il con­tra­rio: aspet­to un buon pro­get­to spor­ti­vo».

Di­co­no che non par­la mai. In­som­ma, che se la ti­ra.
«Non mi pia­ce ap­pa­ri­re, pre­fe­ri­sco far par­la­re la squa­dra. La co­mu­ni­ca­zio­ne de­ve es­se­re cu­ra­ta in re­la­zio­ne al la­vo­ro, non per spol­ve­ra­re la pro­pria im­ma­gi­ne».

Di­co­no an­che che non è an­da­to d’ac­cor­do con le so­cie­tà per­ché fa un po’ trop­po il di­ri­gen­te.
«Fal­so an­che que­sto, non ho mai pre­te­so un gio­ca­to­re, né che i club fa­ces­se­ro ope­ra­zio­ni fuo­ri por­ta­ta. So­no so­lo un pro­fes­sio­ni­sta che la­vo­ra al 100% e in cam­bio pre­ten­de coe­ren­za e fi­du­cia».

Co­sa sta fa­cen­do du­ran­te que­sti me­si sen­za squa­dra?
«Studio, guardo partite e assisto agli allenamenti dei grandi tecnici in giro per l’Europa. Si lavora anche quando non si è in panchina».

I suoi «modelli»?
«Bielsa e Guardiola, gli unici con cui dopo aver parlato, alzi le mani e ti levi il cappello. Bielsa lo chiamano “Loco”, matto, ma forse sono gli altri ad esserlo. È uno scienziato del calcio, oltre che una persona d’altri tempi. Guardiola invece è più un artista. Entrambi hanno in comune un segreto: sanno spiegarti il perché delle cose che fanno. Non è che posso copiare un’esercitazione di Guardiola e la mia squadra va come la sua: devo capire perché la faccio, e saperla spiegare non una, ma cento volte ai giocatori».

È vero che andò a Monaco a vedere gli allenamenti di Pep?
«Sì, invitò me e Gattuso per una settimana quando allenava il Bayern. Vidi all’opera un uomo con una passione sconfinata. Ci disse che aveva calcolato il tempo in cui riusciva a non pensare al calcio: 40 minuti al giorno! Dopo una seduta, nel suo ufficio, ci mostrò tutto quello che aveva programmato: un fiume in piena, non osavamo dirgli che era ora ormai di andare a dormire».

Lei sembra ispirarsi a Guardiola. Chi ha visto il suo Foggia lo sa.
«Al secondo anno perdemmo la finale playoff per la B con il Pisa, ma penso di aver lasciato qualcosa di più importante dei risultati. Ero arrivato che allo stadio andavano solo 2mila persone, l’ho lasciato pieno, in città i bambini mi fermavano vestiti con la maglia del Foggia. Eravamo in Lega Pro ma per la passione che c’era sembravamo in A».

Il suo obiettivo era un’utopia: produrre un calcio di massima qualità con una squadra di Lega Pro.
«Dopo tre partite mi dissero: «Roberto, così non va, in Lega Pro non si vince giocando un bel calcio». Risposi che non avrei cambiato una virgola: un successo ottenuto con le barricate non mi appaga. Certo, ben venga l’eccezione, ma che non sia una regola». Peccato sia finita male… «Rifiutai le categorie superiori per rimanere, ma alla fine avevo vedute diverse rispetto alla dirigenza. Poi organizzarono una conferenza in cui annunciavano il mio rinnovo quando in realtà non avevo firmato nulla. Non lo feci perché mi interessava il progetto: in quello mettevo la faccia. Ma non ho rimpianti, è un capitolo chiuso e auguro le migliori fortune al Foggia».

Così è arrivata la chiamata del Palermo, un doppio balzo fino alla A.
«Quando Zamparini mi contattò, un anno fa, mi sembrava presuntuoso rifiutare a 37 anni una chiamata in A. Accettai perché volevo misurarmi, anche se era una squadra costruita da altri, dove sarei arrivato senza aver fatto il ritiro. A gennaio, dopo avermi esonerato, mi richiamò, ma rifiutai, pur sapendo di perdere soldi».

Credeva che quel Palermo potesse salvarsi?
«Sì, la qualità era simile a quella delle altre in lotta per la salvezza. Era però necessario coinvolgere l’ambiente. Credo che la città fosse pronta, non lo era la società». Il rapporto con Zamparini? «Mai avuto problemi. Il presidente è una persona squisita dal martedì alla domenica, da gestire il lunedì perché dopo le partite chiamava questo e quello per farsi dare dei pareri, creando confusione. È solo mal consigliato»

Perché non è andato al Las Palmas?
«È una squadra su misura per il mio calcio, di qualità, abile nel possesso. Avevo accettato ma i tempi della risoluzione con il Palermo sono stati lunghi, più di quanto il Las Palmas poteva permettersi. Così hanno annunciato un altro tecnico. Tutto normale, nessuna divergenza: visto che non sono pazzo?».

(Claudio Savelli – Libero.it)

Categoria: Serie A