Di Michele: “Palermo, coperta troppo corta. Di Piazza può somigliarmi. Su Foggia e Salernitana…”

Di Michele: “Palermo, coperta troppo corta. Di Piazza può somigliarmi. Su Foggia e Salernitana…”

Chi ha seguito con passione il calcio italiano negli ultimi vent’anni non può che esser stato folgorato dall’estro e dalla tecnica di David Di Michele. Attaccante brevilineo capace di svariare su tutto il fronte offensivo, è stato amato dai tifosi di ogni squadra per cui ha giocato per il suo modo di vivere il calcio sia dentro che fuori il rettangolo verde. Conclusa la propria brillante carriera, David sta ora scalpitando per rientrare nei radar come allenatore. Di questo, della promozione del Lecce vissuta sugli spalti e del momento che stanno vivendo i suoi ex club impegnati nel campionato cadetto, Di  Michele ha parlato in esclusiva ai nostri microfoni.

Ciao David, non possiamo che partire dal ritorno in Serie B del Lecce. Che atmosfera hai trovato al “Via del Mare”? Che impressione ti ha dato la squadra di Liverani?

“Ritornare in quello stadio per me è sempre un’emozione ed esserci in un’occasione del genere è stato ancora di più un piacere. Ho rivisto il pubblico dei grandi palcoscenici, col calore e la compattezza necessari per spingere la squadra in Serie B. Una cornice del genere mi ha riportato nel passato, anche se stavolta l’esperienza l’ho vissuta sugli spalti e non in campo: continuo a sentirmi legatissimo al Lecce e questo nessuno potrà mai cambiarlo. La squadra l’ho vista molto bene, ha giocato con intelligenza e non ha rischiato nulla:è il modo migliore per affrontare certi tipi di partite. Oltre ad un avversario che aveva necessità di raccogliere punti per salvarsi, fronteggiavano anche la paura di incappare in un passo falso. Se la promozione è arrivata il merito è sia dei ragazzi che di Liverani, bravissimo a far mantenere la calma a un gruppo che aveva tutto da perdere.”

I salentini in Serie C hanno trascorso gli ultimi sei anni. Come ti spieghi un calvario così lungo per una piazza di tale spessore?

“Sicuramente sono stati commessi degli errori sia in campo che fuori dal campo: quando si è al comando con 10-12 punti di vantaggio e si perde il campionato all’ultima giornata vuol dire che si sono verificate problematiche interne. Non essendoci stato dentro non giudico, ma questa è la mia supposizione. Le precedenti gestioni, evidentemente, non sono state guidate dalla voglia di risalire subito, altrimenti non ci si sarebbe fatti sfuggire così facilmente l’obiettivo. Sono stati sei anni di gavetta e di grosse delusioni: perdere tre finali lascia il segno. Quest’anno, come ho già detto, si conviveva anche col timore del passato, ma per fortuna ci si è lasciati l’incubo alle spalle. Dispiace però per Rizzo, che l’anno scorso aveva fatto molto bene e a inizio stagione ha deciso di salutare per ragioni personali. Penso, però, che una parte del merito sia anche sua, perché ha affrontato una situazione difficile senza far polemiche e sono convinto che l’abbia fatto per il bene del club, non per interesse personale.”

Facendo un grande passo indietro, torniamo a Foggia, città in cui hai disputato le tue prime stagioni in B. Che effetto fa rivederli nel calcio che conta? Per te il gruppo di Stroppa può ancora ambire ai play-off?

Foggia è stato per me l’inizio di tutto, l’ambiente che mi ha proiettato verso i grandi palcoscenici. La squadra non ha avuto un inizio brillantissimo, ma ha saputo riprendersi alla grande e far emergere i propri valori. Lo dimostra il rendimento più che positivo di Mazzeo, ma anche di tanti comprimari alle prime armi che hanno dimostrato di potersi giocare chance importanti in B. Lo “Zaccheria”, per di più, ha aiutato tantissimo, perché ad ogni vittoria si è gremito sempre di più e so benissimo che carica è in grado di trasmettere. Per i play-off la vedo dura dopo la sconfitta di Cittadella, che li ha stroncati proprio nel periodo di maggior fiducia. Le squadre davanti stanno correndo però nel calcio non si può mai dire l’ultima: l’importante sarà dare il massimo fino alla fine, restando concentrati sulle proprie partite, per non avere nulla da recriminare.”

Anche a Salerno sei tuttora ricordato con enorme affetto: cosa ne pensi del clima di depressione che sembra attanagliare la tifoseria negli ultimi tempi?

“Sapere di un’atmosfera simile a Salerno non è bello, perché lì ho vissuto anche, tra tanti momenti positivi, qualche periodo negativo, ma ricordo il sostegno incessante del pubblico e quindi la situazione risulta piuttosto strana. Anche qui, indubbiamente, si è sbagliato qualcosa nella gestione: lo ripeto, non voglio entrare nel merito, ma mi attengo ai risultati. Anche le dinamiche legate ai vari avvicendamenti in panchina qualche disturbo l’hanno creato, ma mi sembra che con Colantuono, nonostante una fase buia ci sia stata, si sia trovata una certa stabilità. L’aspetto più importante, ora come ora, è stato raggiungere la salvezza.”

Venendo al Palermo, sicuramente la situazione è meno florida rispetto al passato. In seguito all’esonero di Tedino, l’opinione pubblica si è spaccata in due: da una parte c’è chi sostiene che l’organico messo a disposizione del mister permettesse di puntare facilmente alla promozione, dall’altra chi ritiene che ci siano rose più attrezzate e che il mercato di gennaio abbia acuito il gap tecnico. Tu da che parte stai?

“Io sto nel mezzo. Dico questo perché inizialmente anch’io pensavo che i rosanero avrebbero dovuto ammazzare il campionato, però col passare del tempo è risultato evidente che sarebbe occorsa una rosa un po’ più ampia. Un deterrente per l’annata  è stata la presenza di molti nazionali, i quali hanno dovuto saltare sfide cruciali. Quando bisogna vincere ci sono molte componenti da tenere in considerazione. Per Tedino a me dispiace perché ritengo che stesse facendo un buon lavoro, ma quando i risultati stentano ad arrivare è necessario fare delle scelte e spesso il primo a pagare è il tecnico. A gennaio, in ogni caso, si poteva gestire meglio il mercato e prendere decisioni diverse: molti calciatori hanno tirato la carretta tutta la stagione ed ora hanno poca benzina, mentre squadre come il Parma stanno volando. I ducali già ad inizio stagione disponevano un ottimo organico, ma a gennaio è stato puntellato con acquisti nei reparti scoperti: questo fa comprendere che la programmazione è stata più lungimirante e accurata. D’Aversa può contare su una serie di panchinari in grado di sostituire i titolari in maniera eccelsa, mentre nel Palermo, con tutto il rispetto per La Gumina che si sta ritagliando uno spazio importante, se viene a mancare uno tra Coronado e  Nestorovski la squadra davanti ha poche soluzioni. Vale un po’ lo stesso discorso per il Frosinone, che però sono certo avrebbe rimpiazzato Ciofani qualora si fosse infortunato prima di gennaio.”

Analizzando la Serie B nella sua interezza volevo chiederti se c’è un calciatore in cui ti rivedi e qual è, invece, l’allenatore da cui prendi maggiormente spunto.

“Per il mister non posso che guardare in Serie A, a Spalletti. Da quando mi allenava ad oggi non ha mai smesso di migliorare. Ora esprime un calcio offensivo, palleggiato, che prevede grande compattezza in entrambe le fasi di gioco: è molto moderno. Sono tanti ad aver assunto la sua filosofia, penso a Pioli alla Fiorentina, ma anche ad Allegri in alcuni frangenti dei match della Juventus. Come giocatore ti segnalo un profilo che la B la disputerà il prossimo anno, cioè Di Piazza. Credo che un po’ mi somigli e che possa migliorare ancora tantissimo, ma domenica mi ha impressionato: ha forza, corsa, dribbling e sa trovarsi spesso davanti alla porta. Ha le caratteristiche, quindi, per  giocare in tutte le posizioni dell’attacco e in cadetteria può fare benissimo, ma deve avere maggior determinazione e cattiveria in zona gol per imporsi.”

L’ultima domanda non può che essere sul futuro prossimo: è evidente che hai tanta voglia di guidare una squadra, quale tipo di progetto cerchi? Cosa ti spingerebbe ad accettare un’offerta piuttosto che un’altra?

“Come hai detto tu, la voglia è tantissima. Io cerco principalmente una società seria, che mi stimi e mi rispetti ed un ambiente che mi ami. Le parole d’ordine dovrebbero essere confronto e programmazione. Sarei disposto anche ad allenare una Primavera, per continuare la gavetta dopo il primo anno e mezzo di C: di questi tempi prenderei la palla al balzo, perché lavorando coi giovani si può acquisire moltissima esperienza e competenza.”

 Fonte: www.pianetaserieb.it – Emanuele Garbato

Categoria: Rassegna stampa