La Champions League, i giovani talenti e il Foggia nella mente di Joseph Dayo Oshadogan

La Champions League, i giovani talenti e il Foggia nella mente di Joseph Dayo Oshadogan

Ospite di questa puntata di “Am’arrcord” abbiamo Joseph Dayo Oshadogan, difensore centrale nato a Genova il 27 giugno del 1976, cresciuto nel settore giovanile del Pisa ed arrivato a Foggia nell’estate del 1994 e rimasto in terra dauna fino alla stagione 1998-99, collezionando 85 presenze e 10 reti.

Signor Oshadogan, grazie per aver accettato il nostro invito.

Grazie a te per l’invito, è davvero un piacere ripercorrere con te una tappa fondamentale della mia carriera.

Inizio la nostra chiacchierata chiedendole, cosa ha significato per lei l’esperienza a Foggia sia dal punto di vista umano che dal punto di vista professionale?

Foggia è stata altamente formativa per la mia crescita sotto tutti e due i punti di vista. Ti basti pensare che sono arrivato a Foggia poco più che diciottenne e sono andato via quasi a 23 anni, dopo aver vissuto tante esperienze contrastanti in una piazza particolare com’è quella rossonera. Professionalmente è stata una tappa fondamentale perché mi ha permesso di esordire nel mondo dei professionisti, quindi sarò sempre legato alla città di Foggia ed ai suoi tifosi.

Lei arriva nell’ultimo anno di Serie A con Catuzzi in panchina, anche se non riesce ad esordire in massima serie con la maglia rossonera. Vivendo comunque quella stagione all’interno dello spogliatoio, cosa determinò quella retrocessione?

Direi che le problematiche societarie ed alcune ingerenze  esterne, che in qualche modo ho avvertito in tutte le mie stagioni a Foggia, hanno causato quella retrocessione che secondo me per valori tecnici non avremmo meritato. Avevamo dei giocatori come Di Biagio e Padalino, che considero uno dei centrali difensivi più forti con cui abbia mai giocato, che erano di assoluto livello e abbiamo fatto un girone di andata che ci vedeva quarti in classifica. Però poi, anche complici gli innumerevoli infortuni, non riuscimmo a portare a casa l’obiettivo che ci eravamo prefissati. 

L’anno successivo in Serie B arriva il suo esordio con Delio Rossi in panchina, sostituito poi da Burgnich che sarà il suo mister per una stagione e mezza. Che ricordi ha di quelle due stagioni?

Rossi ebbe il coraggio di lanciare me e Bianco, due esordienti, come centrali di difesa in un campionato complicato come quello di Serie B. Certo poi i risultati migliorarono con Burgnich in panchina e ci togliemmo delle belle soddisfazioni come la vittoria a Bari in un derby per 2-1 e tante buone prestazioni che lanciarono giovani che fecero una carriera importante come Marazzina, Zanchetta, Chianese, Tedesco e Di Michele, solo per citarne alcuni. Avevamo poi una guida silenziosa ma sempre presente in ogni momento con il compianto Franco, che sapeva dare la giusta carica a noi più giovani.

Che ricordo ha di Franco Mancini e se ci può raccontare qualche aneddoto che possa farci capire che tipo era fuori dal campo.

Come ho detto Franco era capace di essere un catalizzatore di quelli che erano gli umori della piazza che lui conosceva alla perfezione. Posso raccontarti di quella volta in cui noi venivano dalla sconfitta in casa con la Fidelis Andria che era costata la panchina a Rossi ed alla prima con Burgnich perdemmo 4-0 a Verona contro il Chievo. Mancini allora decise di organizzare una cena con tutti i membri del gruppo squadra a Mattinata e passammo una sera ricca di risate e divertimento che ricompattò il gruppo e ci permise di conquistare una salvezza che sembrava difficile ad un certo punto. Questo ti spiega che grande persona era Franco e quanto tenesse alla piazza di Foggia.

L’anno successivo arrivo Caso e ci fu la dolorosa retrocessione in Serie C1. Come hai vissuto quella stagione?

Fu drammatica sia dal punto di vista sportivo che personale, visto che ho dovuto superare dei gravi problemi di salute. Ci fu la grande soddisfazione della grande prestazione in Coppa Italia contro l’Inter a San Siro; probabilmente con la Var avremmo passato il turno e compiuto l’impresa in un tempo del calcio italiano. Caso pagò un po’ di inesperienza sia sua che del gruppo. Nel girone d’andata ci mettemmo del nostro ma nel girone di ritorno ci furono tante partite che sembrava fossero già indirizzate ancor prima di iniziare da quelle famose “ingerenze esterne”. Poi arrivò la famosa sconfitta contro la Salernitana già promossa che è una ferita ancora dolorosa per tutti i componenti di quella squadra con cui ancora sono in contatto. Ti basti pensare che l’anno successivo fui cercato dalla Salernitana ma mi rifiutai di andarci perché io sono fatto così e ci sono sentimenti che secondo me devono essere rispettati ed assecondati.

Altra stagione drammatica quella successiva in C1 con Mancano prima e Brini poi. Cosa ricorda?

Eravamo una squadra allo sbando soprattutto perché ormai non avevamo nessun tipo di riferimento dal punto di vista societario. Già nel ritiro precampionato si percepiva l’aria che tirava visto che, io ad esempio, ero continuamente messo e tolto dal mercato e non sapevo neanche con chi rapportarmi per risolvere questi problemi. E’ vero che la società non scende in campo ma determina in maniera importante quelle che sono le prestazioni dei giocatori. Il finale di stagione ne fu la logica conseguenza.

Lei ha avuto la fortuna di giocare anche all’estero con il Monaco in Francia, raggiungendo anche una finale di Champions League nel 2003/04, e il Widzew Lodz in Polonia. Come si viveva il calcio all’estero in quegli anni?

In maniera nettamente diversa rispetto all’Italia. Allora era impensabile fare ritiro in Francia e Polonia mentre a Foggia per esempio arrivai anche a sei mesi consecutivi di ritiro a Telese. Riuscivano a scindere in maniera più netta l’evento sportivo dalla vita di tutti i giorni.

Lei è stato il primo italiano di “colore” a vestire la maglia della nazionale Under 21 a Chisinau, il 03 ottobre del 1996, contro la Moldova con Cesare Maldini in panchina. Che emozione è stata e secondo lei se ci sono stati progressi dal punto di vista del razzismo da allora ad oggi?

Fu tutto naturale e normale visto che io mi sento italiano al 100%. Questa naturalezza me la diedero anche i miei compagni in azzurro e mister Maldini, una persona con valori di altri tempi che mancherà tantissimo al calcio italiano per la caratura enorme che poteva vantare sotto tutti i punti di vista. Negli ultimi anni c’è stata sicuramente una maggiore sensibilità da parte della Federazione, che stigmatizza in maniera più decisa gli episodi di razzismo, rendendo la situazione nettamente migliore rispetto ai miei anni.

Cosa fa adesso Oshadogan?

Sono rimasto nel mondo del calcio e mi occupo di giovani talenti in giro per l’Europa e per l’Africa. Credo che il calcio debba puntare di nuovo sul talento puro, indipendentemente dall’età anagrafica; un giovane forte gioca a prescindere dai regolamenti. Bisogna puntare più sull’insegnare ai giovani a giocare a calcio e coltivare il talento piuttosto che obbligare le società a schierare giocatori con una determinata età anagrafica.

Sta seguendo il Foggia in questa stagione?

Lo sto seguendo con attenzione anche perché pratica questa politica di valorizzazione dei giovani ed è grande merito del lavoro ottimo che sta facendo Mister Marchionni, allenatore che sta dimostrando un grande talento.

Grazie mille per la bella chiacchierata, nella speranza di rivederla a Foggia il prima possibile.

Grazie a te per darmi modo di salutare tutta Foggia e tutti i tifosi rossoneri. Forza Foggia, sempre!

Tullio Imperatrice

Categoria: Am'arrcord